LAVORARE E RIFLETTERE CONTRO


Lavorare e riflettere “contro” o “fuori”, alla fine ti sfianca. Si è davvero come dei proscritti. Si vuole restare fra gli agi della correttezza o prendere la via dei monti?

Si desidera la vita agiata, ma in cattività, o il libero pensiero? Non è facile. All’inizio la scelta appare galvanizzante, poi, lì fuori, fra le intemperie e le privazioni, e i disinganni, si cambia, quasi impercettibilmente. È inevitabile.

La crisi, prima o poi, arriva. Ci si interroga: non avrò sbagliato? Oppure: possibile che mille abbiano torto e io solo ragione? Oppure, anche se questo non lo si ammetterà mai, ci si domanda, prosaicamente: ma chi me l’ha fatto fare? Sì, lo affermo e ne ne sono convinto: il conformismo è una droga potente. E piacevole. Vivere fuori dei margini, no; è pericoloso, stancante; ogni domanda non è mai prestabilita; ogni passo deve essere accorto; ogni svolta nasconde un’insidia. Un piccolo tratto di strada richiede tempo, sensi all’erta: e questo non tutti se lo possono permettere. Non tutti i giorni, i mesi, gli anni. Occorre staccare, ritrovare un pizzico di bonario qualunquismo; variare; scendere a valle; permettersi autoironia; altrimenti si finisce risucchiati da una follia autoreferenziale.

C’è un bel film sui proscritti, di Victor Sjostrom. Un film muto, non per tutti. È ambientato in Islanda. I proscritti del film – un uomo e una donna – sono Waldganger (a tale istituto nordico allude Ernst Jünger ne Il trattato del ribelle), esclusi dalla società a cui, a torto o ragione, hanno recato offesa. Salgono, perciò, sui monti, lontanissimi dal vivere civile. Sono felici, lì; sono liberi. Dall’alto, poi, scorgono ogni giorno un panorama neppure intuibile dal basso, vastissimo: che sia la verità? A quelle altitudini, però, le condizioni di vita sono dure; e col passare degli anni sempre più proibitive.

Gli uomini normali, peraltro, neanche allora danno tregua: bisogna fuggire, più lontano, più in alto. E i protagonisti di Sjostrom così faranno, dopo aver pagato un prezzo spaventevole. E dopo i rinfacci, e i pentimenti, durante una notte lunghissima, in cui le tempeste sembrano non aver mai fine, troveranno la morte, seppure riconciliati l’uno all’altra. No, a queste altitudini non si può vivere per sempre.

Occorre scendere, fermarsi. Non per rinunciare, ma per ritemprarsi. Capire. Eliminare ciò che va eliminato. Accettare la mediazione di intelligenze altre. Ricomprendere, una volta pacati, la scena nel suo insieme, con un colpo d’occhio più vissuto e disincantato; più umano…

Estratto da un articolo di Alceste

Fonte: Pauperclass

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